Racconto

Sono in ritardo, come al solito, e prima di andare al lavoro devo ancora passare in biblioteca. Bisogna che mi sbrighi! Prenderò la bici perché il traffico a quest’ora è sempre intasato e per trovare un posto da posteggiare ci puoi impiegare anche mezz’ora. Uffa, che stress che è diventato girare nella mia vecchia, piccola città, che sta diventando sempre più sporca di grigio a causa dello smog: ormai è proprio una “dirty old town”, come cantavano i Pogues!

Infilo il giubbotto al volo, piglio la bici e la catena, altrimenti me la fregano subito, e via di corsa!Neanche il tempo di fiondarmi fuori dal portone ed ecco che la signora della panetteria di fronte mi saluta con uno squillante buongiorno, accompagnato da un solare sorriso. Mah, e dire che ha appena smesso di piovere: che ci avrà da ridere?! Boh, non ho tempo da perdere: ringhio una rapida risposta di cortesia e riparto.Ma che vuole adesso la signora del quarto piano? Mi blocca la strada, quasi mi urla un: “Ma che bella giornata oggi, né?” e poi mi schiocca due sonori baci sulle guance. Proprio lei che a malapena mi saluta quando per caso ci incrociamo sulle scale o nell’ascensore.

“Aspetta! Prima di partire assaggia questo”: adesso è il proprietario della rivendita di kebab sotto casa mia che porge a me e alla vicina un pezzo di focaccia…uhm, che delizia! Quasi quasi vorrei non dover andare in studio e mi fermerei volentieri a mangiare qualcosa. Sempre meglio del caffè bollente che mi son bevuto al volo.Pensa che non so neanche come si chiama quest’uomo che dal mattino sino a tarda sera sforna panini e polpette falafel, accompagnandosi al suono di una musica orientale. Non gli ho mai neanche chiesto da dove venga, se dal Nord Africa o dalla Turchia.Ci vorrebbe più tempo per tutte queste cose: ma chi ce l’ha?!Eppure oggi nell’aria mi sembra che ci sia qualcosa di strano. Sembrano tutti strani.

Scattando sui pedali dopo aver evitato le solite auto posteggiate male e i buchi nell’asfalto (ormai li conosco a memoria, ma ogni giorno se ne apre uno nuovo!) arrivo sino alla biblioteca. Accipicchia, il virus della pazzia dev’essere arrivato sino a qui. La piazzetta di fronte all’ingresso è piena di mamme coi loro bambini. Sono tutti seduti in cerchio ad ascoltare una signora, mi pare sia una bibliotecaria, che legge ad alta voce delle storie. Lei è l’unica in piedi e se ne sta di fianco ad uno strano cartello con su scritto: “ZTL – Zona Tutela Lettura”. Che strano…sarà una trovata pubblicitaria per invitare alla lettura.

Riconsegno il libro e poi via di nuova di corsa verso piazza della Libertà. Bè, non proprio di corsa, perché improvvisamente mi trovo davanti una colonna di ciclisti che sembra di stare in Olanda. C’è gente di tutti i tipi: donne con le borse della spesa nel cestino, signori col giornale, mamme e papà che trainano i loro figli dentro dei carrellini.E di nuovo vedo uno strano cartello che dice: “è permesso cambiare abitudini”.

Ma chi li ha fatti attaccare questi strani cartelli, colorati di tinte sgargianti? Solo ora che mi son fermato mi accorgo che ce ne sono parecchi in centro, tutti coloratissimi e ben diversi da quelli severi che sanno solo vietare.E la gente sembra leggerli e metterne in pratica i messaggi. E così dove prima c’era un cartello che una striscia rossa che cancellava un pallone con scritto “Vietato giocare!”, adesso ce ne è un altro che dice “è permesso correre liberamente per la città”.

Imbocco in corso Roma e ne trovo altri di questi messaggi, alcuni riprodotti in cartelli simili a quelli stradali. Leggo vari inviti che dicono che è permesso: sorridere agli sconosciuti, osare, baciare per strada, volere volare, perdersi per strada, regalare un fiore, colorare la vita, permettere la differenza.Mi vien voglia di lasciare da parte ogni stress e di farmi trascinare in questa piccola follia.

In via Guasco i proprietari dell’African market stanno insegnando frasi del loro dialetto ai passanti, mentre tutt’intorno ci sono persone che vagano senza un perché: camminando con il naso all’insù vedono per la prima volta palazzi in vari stili architettonici e balconi fioriti di cui prima non si erano mai accorti.

In piazza Santa Maria di Castello, attorno al parcheggio sempre pieno di auto, c’è tanta gente che ha steso delle coperte per terra, gioca, e balla attorno il cartello che dice, testuali parole: “è permesso vivere una piazza”.

Davanti alla Casa di Quartiere due nuovi cittadini di origine straniera pendono dalle sue labbra perché vogliono conoscere meglio la storia di quel quartiere e di quella città che li hanno accolti, dandogli una nuova casa. Li lascio mentre discutono tra loro, finalmente senza barriere e pregiudizi, e mi allontano solo di qualche metro verso piazza Santa Lucia da dove proviene una musica allegra. Dalla piazzetta sono sparite le auto, sostituite da tante bici e da una moltitudine di persone che ballano al ritmo e colori della Bandarotta Fraudolenta.

La gente parla e sorride leggendo i cartelli; ci sono anche alcuni che vorrebbero toglierli perché non li apprezzano. Anche loro possono dire la loro opinione e ascoltare i pareri degli altri: perché oggi è la festa di una comunità di persone che vuole condividere gli spazi in cui abita, vuole vivere lo spazio urbano in modo più libero e fantasioso, vuole agire e trasformare la realtà e le azioni quotidiane con le proprie mani…ed è permesso partecipare!

RavvivALE!

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